Black Flag – What The…

Scheda
Rispetto al genere
3.0


Rispetto alla carriera
3.0


Hype
3.0


Voto
3.0

3/ 10

di Matteo Monaco

blackflagIl ritorno di Greg Ginn e compari, sotto (il fu) glorioso monicker Black Flag, passerà senz’altro alla storia. Se non per la musica, se non per il silenzio di 28 anni che lo ha preceduto, lo farà di certo per la copertina: con tanto di globi verdognoli e un mostriciattolo rapito dalle peggiori sorprese delle patatine in scatola, le porte della “hall of shame” si sono spalancate ben prima dell’uscita del disco. Ma è una storia – quella della bruttezza – che assume connotati di oggettività sempre più ineluttabili alla prova dello stereo. What The… mette a dura prova la resistenza a completare l’imprecazione, a partire dai lunghissimi (quasi) quattro minuti del singolo Down In The Dirt: non ci si smuove dagli scaffali del supermercato, infatti, con il crossover di mezzo tra l’hard-rock e un abbozzo di rap (?) del duetto ReyesGinn, mentre Gregory Moore ci spiega tutte le difficoltà insite nello schiaffeggiare una batteria composta di lattine e scatoloni – sull’infausto esempio del metallico Lars Ulrich in St Anger. Il bello (si fa per scherzare) è che il leit-motiv di What The… resta il medesimo, interrotto soltanto dal drumming più timido di This Is Hell e da qualche sparuta intro di basso – in onore dei vecchi tempi a stretta osservanza hardcore. E forse è proprio qui che sta il problema: l’intransigenza e l’ortodossia – tipiche di casa Black Flag – non fanno che ribadire i concetti di fondo, rinforzando il buono nell’ottimo e (come in questo caso) il mediocre nel pessimo. Peggiore di ogni aspettativa – che, comprensibilmente, era già vicina allo zero. Punk, sì, ma stavolta nel senso di brutto e di ottuso.

(23/12/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.