Big Sexy Noise – Trust the Witch

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Il secondo capitolo dei Big Sexy Noise non può promettere molto. A partire dal requisito numero uno, nel valutare l’interesse verso una nuova uscita: la gioventù della proposta. Il fatto è che Lydia Lunch e i tre quarti dei Gallon Drunk, riuniti in questo progetto, sono una garanzia proprio dell’opposto. Già osteggiata nella grigia New York dei fratelli Ramones, poco meno che ignorata nei Teenage Jesus e rivalutata solo dalla mano sapiente (per quanto spesso, fastidiosamente, radical-chic) di Brian Eno, la signora Lunch mette sul tavolo la carta che sa giocare meglio. Mentre i colleghi di un tempo si sforzano di dare una forma appetibile e definita della loro arte, ammantando di intellettualismi ciò che in origine era attitudine punk (Mr Eno?), questa fricchettona cinquantenne si sporca ancora le mani con le calze a rete strappate e i rossetti dozzinali, giocando con un fisico provocante che non c’è più.

Ma appunto, è inutile parlare di apparenze. Trust the Witch è vera fotografia di artisti di un altro tempo, rifiutati nel periodo delle grandi opere rock e misconosciuti nel fiorire multiculturale degli ultimi tempi. Secondo i più puri canoni hardcore, questa è musica controcorrente senza mezzi termini. L’intro di Ballin’ The Jack mette alla berlina venti anni di indie e folktronica, rispolverando le martoriate corde vocali della cantante in un’ode al tabacco forte e ai troppi bicchierini. Nel frattempo l’isteria dei tardi ’70 suona in un angolo, con le grida strozzate del sax di Terry Edwards, come un monito a chi vorrà proseguire in un sabba dai sapori retrò.

Il che, in fondo, è anche motivo di nostalgia. Tra le volute provocanti di Won’t Leave You Alone, così simile alla perversione blues di Iggy Pop, si cela la reminiscenza di un’epoca in cui una chitarra (e una vitaccia alle spalle) potevano ispirare alla rivolta, se non fisica, delle coscienze. Una rivolta di intenti, da conservare nello spazio tra il cuore e il portafogli, da celebrare insieme ad una donna dai costumi ambigui. Per conservare un pò di integrità, e riconoscersi nella rabbia di Cross the Line, anacronistica anch’essa nel proporre un atteggiamento uno-contro-uno nei confronti dei perbenismi senza età-

Se la chiamavano no-wave, è facile intuire il perchè. Nessuna aspirazione, nessun nemico giurato, e nemmeno un vero movimento. Si gioca da soli, al gioco di Lydia Lunch, mentre alle chitarre dei Suicide si accompagnano le minigonne, quelle che all’epoca facevano ancora arrossire qualcuno. Fidarsi della vecchia strega, ancora una volta, non poteva essere più affascinante.

 

(27/12/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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