Benjamin Clementine: pianoforte e cicatrici

di Mattia Nesto

Grazie all’album “At least for now” si impone come next big thing del 2015 ma il talento di Benjamin Clementine va ben oltre l’hype. Storia di un outsider.

Descrivere la musica di Benjamin Clementine, 25 anni, origini ghanesi, una giovinezza nella periferia di Londra e un futuro da star della canzone d’autore mondiale, non è un’impresa semplice. Forse basterebbe raccontare la sua storia, una storia non come tutte le altre, una storia fatta di povertà e profondi traumi. Un giorno litiga con la famiglia e si ritrova in strada, solo ed affamato, neppure si fosse in un racconto di Charles Dickens. Eppure il talento è più forte degli slums londinesi. L’animo di Benjamin Clementine è intriso di musica e poesia. Allora se ne va , abbandona l’ingrata Londra e si trasferisce a Parigi “perché a Parigi o uno diventa grande o non diventa nessuno”, come ha più volte detto nelle successive interviste. Il suo primo palcoscenico è il metrò parigino: sguardo malinconico, voce preziosa e liriche degne di un sodale di John Keats. Ma questa non è una storia come tutte le altre, lo avevamo detto. Forse per caso o forse per destino lo nota un discografico, un pomeriggio, verso le 17, quando il metro è così pieno di gente che quasi pare essere sul punto di esplodere. E invece esplode la carriera di Benjamin Clementine. Arriva un contratto e due fulminati ep, “Cornestone” e “Glorious You”, che lo mettono al centro dei giornali specializzati di musica e infine, grazie all’album “At least for now”, Clementine si impone come next big thing del 2015. Il successo di canzoni come “Nemesis” o la stessa “Cornestone” è così deflagrante che lo fa porta ad esibirsi ovunque: prima lo si vede impegnato in live show da far tremare le vene ai polsi al Later…with Jools Holland (il suo esordio in televisione, fra l’altro) e poi, solo qualche settimana dopo, lo si può ammirare nell’ingessatissimo Che tempo che fa di Fabio Fazio. I testi dell’artista di origini ghanesi non sono così facilmente fruibili, così come non immediatamente riconducibili ad una dimensione pop sono le musiche. Eppure il pianoforte dolce che accompagna le liriche amare lavora sulle sensazioni più intime dell’essere umano: la paura dell’abbandono, lo sconforto per un amore finito e la narrazione di una vendetta che deve, necessariamente, essere servita fredda. Una specie di pregiato bignami sospeso tra Inghilterra e Francia, dove ai tappeti musicali ricchi di echi di Chopin si agglutinano in maniera elegante parole che potrebbero provenire da una canzone di Leonard Cohen. Benjamin Clementin, e il suo disco, uscito per l’etichetta parigina Behind Records, è un viaggio lungo il tunnel della Manica (non importa il senso di marcia) in compagnia di un cuore pulsante da sognatore disperato, di una voce criselefantina da poeta puro e di uno sguardo oscuro da viaggiatore che le cicatrici della vita le può contare ogni notte.

(09/02/2015)

Commenta
Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando