Beak> – >>

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Provate ad ascoltare i Beak> senza conoscerne la biografia. Troverete un gruppo capace di risvegliare la metafisica delle pulsioni kraut di Neu!, Faust e Amon Dull, sopite dall’epoca della Germania divisa. Troverete anche una rara coincidenza di intenti e di forma, lungo il monolitico percorso del loro ultimo capitolo, pubblicato dopo l’esordio di > con una raddoppiata, ancora criptica freccia che punta in avanti: >>. Poi però, presi dalla curiosità e (forse) dalla nostalgia per i padri ispiratori di un simile progetto, è l’ora di scoprirne il lato umano. Magari percorrendo l’autostrada inter-stellare diYatton, che pulsa sugli accordi minimali di chitarra in direzione di un universo non materiale, finchè non leggerete le storie di Geoff Barrow, Billy Fuller e Matt Williams. Sopratuttto di Barrow, che è in altre parole, in una vita parallela, il producer dei Portishead. Ed è allora che i semitoni in salsa progressive di Eggdog, sui quali plana l’eco di una voce lontana, acquistano un significato più pregnante della semplice rievocazione. L’ombra lunga di Bristol, della timida Beth Gibbons, della one man band di Matt Williams, aggiungono alle distorsioni drammatiche di Ladies’ Mile la carica della sperimentazione condotta dai migliori scienziati sulla piazza. Sembra infatti di trovarsi in un laboratorio all’avanguardia, tra i voluttuosi magnetismi di Wulfstan II e la manutenzione softwaristica della conclusiva Kidney, di nuovo a cimentarsi con  le frontiere abbandonate dagli hippies di quaranta anni fa.
Proprio come all’epoca del primo kraut-rock, con tutto il pacchetto di ostentata monotonia, di auto-ipnosi indotta artificialmente e di libertà espressiva, veicolata da una macchina sonora sporca e gelida. Eppure senza l’apparente necessità di uno scheletro ideologico, di un lisergico distacco dal mondo inteso come protesta politica: è rimasta (solo) la tecnica, in quel vaso di Pandora che celava la ricerca del Bene sotto l’unta coperta del rock ribelle. Segno dei tempi, forse, in cui la discussione su ciò che è da fare è preceduta in ogni campo dal fare stesso, purchessia. Nemmeno una nuova pagina della “storia cosmica” teutonica sembrava essere in programma, ma ora è qui di fronte, rabbiosa come un animale allevato in cattività perchè privata di una storia personale. Un oggetto affascinante, del quale è però ancora misteriosa la vera identità.

(28/08/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.