Beach House – Bloom

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
7.7

7.7/ 10

di Matteo Monaco

Veronica Legrand non è il tipo che si spaventa per il troppo successo. E per tornare a raccontare le fiabe a misura d’uomo marchiate “Beach House” non è servito nessun tipo di meditazione trascendentale. Questione di carisma, quello della front-man e tastierista Legrand, grazie al quale i Beach House licenziano il nuovo album con il fresco ottimismo degli esordienti.  È questo il primo dato da affrontare, di fronte alla copertina minimale di Bloom. Il secondo, senza alcun dubbio, risiede nell’apertura affidata a Myth: qui, dove il dream-pop che ha appassionato intere orde di fan si rivela nella sua veste più elegante e creativa, appoggiandosi alle scale di pianoforte e chitarre in un sodalizio immaginario con The XX. Per di più, come ogni buona canzone di apertura, Myth traccia il leit-motiv emotivo e strutturale dell’intero disco. Da una parte il freddo incedere di basso e batteria, dall’altra il grido strozzato delle parti alla chitarra, guidate dalla voce ormai matura della Legrand. Non è un mistero che  il sound complessivo dei Beach House prenda le mosse proprio dall’affascinante espressività della franco-statunitense, cresciuta con il sogno nel cassetto di portare alla luce i sogni e i dolori privati di una generazione. Proprio per questo, considerato l’apporto insostituibile delle parti vocali, verrebbe da accostare l’impatto agrodolce dei Beach House all’ecletticità di Anna Calvi, o alla sussurrata protesta di PJ Harvey. Ma la strada è un’altra.
La stessa voce della Legrand, i rari assoli del compare Alex Scally, l’atmosfera che riecheggia negli angoli di ogni pausa e si scioglie intensamente negli attacchi, parlano di un mondo sonoro che si riscopre in una nicchia. La cadenza gioiosa e amara di Wishes, ribadita dal crooning di On The Sea, è la colonna sonora del loro Marylan insolitamente piovoso, pronto ad misurarsi con la grigia umidità delle pianure inglesi con indosso solo un paio di scarpe di tela. Quel che in molti definirebbero radical-chic, si dimostra in Bloom una via credibile per un’arte di élite.

(08/06/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.