Beach Fossils – Clash The Truth

Scheda
Rispetto al genere
5.5


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
6.0


Voto
5.7

5.7/ 10

di Ilaria Del Boca

Partiamo dagli esordi, i Beach Fossils sono un gruppo newyorkese, più precisamente proveniente da Brooklyn che si è formato nel 2009 aprendo la pista ad una serie di band appassionate di garage e surf rock, generi che negli ultimi anni sono tornati in auge soprattutto grazie al successo di Real Estate e The Drums. Non basta seguire la corrente e lasciarsi trasportare da quello straordinario ed indimenticabile flow nato nei mitici anni Sessanta, bisogna anche saper stupire e adattarsi all’epoca in cui si vive, non dimenticando di portare con sé un po’ inventiva. I Beach Fossils arrivati al secondo album sono già dei vacanzieri stanchi, mancano le idee come a Jerry Calà che da trent’anni non demorde con la sua serata “Sapore di Sale”.

Il filone nato negli Stati Uniti ha il suo fulcro nei Beach Boys, quei mostri sacri che, con trentuno album in studio e Pet Sounds a detta del Times (e non solo) è considerato il miglior album di tutti i tempi, hanno rivoluzionato la storia della musica rock. Non c’è paragone, ma quel “Beach” in comune alle due formazioni porta inevitabilmente a mettere in discussione questi giovani e poco promettenti “Relitti da spiaggia”.

Se nel primo album omonimo la loro verve più cupa poteva intrigare, questo disco, invece, cerca a tutti i costi di brillare, rimanendo in realtà ancorato ad un mondo che non esiste più, ad un Isola che non c’è e che non ci sarà più. Sono apparentemente più meritevoli i DIIV, il nuovo progetto dell’ex membro Zachary Cole Smith, una delle solite band shoegaze dai riverberi dream pop che talvolta si trasformano in litanie senza fine.

Dustin Payseur, leader dei Beach Fossils non fa di meglio: quattordici brani, che a parte in rari casi si assomigliano l’un l’altro, sono difficili da digerire. Sembrano partire quasi bene con la prima traccia omonima, ritmata e dai tratteggi lo-fi, ma c’è subito da ricredersi con Generational Synthetic un mix di chitarrine da spiaggia abbinate ad atmosfere post-new wave trite e ritrite, in cui la voce sottotono e monotona appiattisce la struttura di per sé complessa. Più sognante è Sleep Apnea, che risplende a differenza degli altri brani e che in qualche modo incanta anche grazie all’esecuzione acustica. Non male Careless che prende il largo velocemente in quell’oceano di incertezze che è Clash The Truth, una ballad scalfita da chitarre rapide e da sintetizzatori che ben si sposano con la voce corale. Dopo aver alimentato le speranze è giusto tornare coi piedi per terra con due tracce che non hanno nulla da dire, la prima strumentale Modern Holiday, mentre la seconda, Taking Off non si può che definire boriosa. Shallow, anche se molto catchy non ha il potere di trascinare l’uditorio, non c’è nulla di innovativo. Non parliamo di Burn You Down, che risente probabilmente delle influenze degli ultimi New Order, quelli divisi a un passo dal decesso per intenderci e lo stesso vale per Birthday. Si discosta dall’incessante monotonia del disco In Vertigo che, grazie all’apporto della voce di Kazu Makino dei Blonde Redhead, appare come una nuvola di vapore, si può vedere, ma non toccare. Una nota di apprezzamento alla penultima traccia strumentale Ascension che nella sua semplicità risulta adatta come colonna sonora, non stanca e non è piatta come la maggior parte delle altre canzoni di Clash The Truth. Nel complesso i Beach Fossils non sono riusciti a centrare l’obiettivo, sbagliando prima di tutto con la quantità eccessiva di canzoni inserite nell’album, ma forse sarebbe più sincero dire subito che hanno fatto male i conti con la miscela del sound. Non ci siamo, rimandati a settembre!

(02/03/2013)

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Ilaria Del Boca
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