Baustelle – Fantasma

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
8.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Maria Musso
baustelle2013_gianluca_morosos

Baustelle

 Per chi, come me, ha scoperto i Baustelle ai tempi de La guerra è finita e li ascoltava tra i banchi del liceo, scambiandosi titoli e citazioni con quei pochi altri coetanei che non si imbottivano di Modà e non avrebbero dato la vita per un biglietto di Campovolo, non c’è mai stato un momento in cui si è smesso di stupirsi per la loro poliedricità. A diciassette anni ci si stupiva della realistica crudezza con cui descrivevano i sintomi acuti di un’adolescenza che cominciava a stare stretta, di una battaglia perenne contro se stessi e contro il resto di un genere umano che lasciava nell’animo ferite da veterani, di quei primi amori acerbi ed incerti che ondeggiavano pericolanti tra curiosità e paura. Ed intanto si cresceva: loro crescevano e crescevamo noi; imparavamo ad interessarci a nuove tematiche spinose, sociali e personali, che nei loro album successivi facevano magicamente capolino col passo fermo di chi ormai sta abbandonando l’adolescenza musicale e affermandosi nel più esteso campo della vita adulta. Non più solo i racconti dei loro sedici anni di provincia, tra droghe sintetiche e amori al parco, ma i problemi della globalizzazione, vecchi fatti di cronaca televisiva, l’invito a distaccarsi dal materialismo della civiltà moderna. Ed ancora oggi, a tredici anni dall’uscita di quello storico Sussidiario illustrato della giovinezza, non abbiamo finito di stupirci. Perchè Fantasma è una miscellanea di argomenti e sonorità che osa senza porsi limiti. Con questo album i Baustelle hanno finalmente fatto il salto che accennavano già con I Mistici dell’Occidente, come un ragazzino che oscilla per ore sulle sue gambe tremanti, prende la rincorsa, poi si ferma, abbozza un tentativo, torna indietro e poi, finalmente, trova il coraggio di saltare il fosso. E quel salto segna il suo rito d’iniziazione, il suo approdo alla vita adulta. Che questa volontà ci fosse, col senno di poi si sarebbe potuto intuire già dal loro precedente album: in tutto Fantasma riecheggia l’atmosfera solenne ed intimista de L’indaco, prima traccia dell’album del 2010.

Traccia dopo traccia, Fantasma è intriso di citazioni.Bianconi sfreccia con disinvoltura dalla Ginestra di Leopardi (La morte (non esiste più), primo singolo estratto dall’album ed uscito il 29 dicembre scorso) alla Bologna Sessantottina di Guccini (in Cristina risuonano le storie passate di Farewell ed Eskimo), riprende il topos della ricerca di sè tra le pietre tombali che già Foscolo propose coi suoi Sepolcri (Monumentale), ripesca nella filosofia orientale e in Schopenhauer (Maya, tredicesima traccia, è una parola sanscrita che significa “illusione”: ed è proprio delle vane illusioni del nostro Secolo che parla la canzone, ripetendo come un mantra “Hare Krishna, Hare!”). Ma è soprattutto ai grandi concept di De Andrè che va la mente mentre il cd procede: il fil rouge della morte già affrontato in Tutti morimmo a stento, il racconto di una quotidianità frustrante di Storia di un impiegato, il rimpianto e la paura di fare i conti con la mezza età che ricompaiono in molte delle storie cantate nell’album. Un atto d’amore alla canzone d’autore degli anni Settanta che ritorna anche nelle musiche. Ed anche nelle sonorità il gruppo esplora generi diametralmente opposti, fondendoli in un fluido succedersi di note classiche, echi di Ravel (Il finale), musichette da jukebox che sembrano prese da una scena de La meglio gioventù (come nelle prime note di Monumentale) e richiami del primo Battiato elettronico. Quello che ne risulta è una batteria di storie di vita amare e malinconiche, una moderna Antologia di Spoon River in cui ad esser morti sono i ricordi e non i loro proprietari, fantasmi materiali, ombre di una giovinezza rimasta nelle taverne di Bologna.

(31/01/2013)

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Maria Musso