Battles – Dross Glop
Non solo i Radiohead. Se TKOL RMX segnava il cortocircuito delle pulsioni musicali di Thom Yorke, una dose tagliata male di rock e techno, per i Battles ormai bisognerebbe coniare una terminologia specifica. Tra i cortocircuiti, infatti, esistono sfumature: l’ultra-velocità sonorica di Mirrored, declinata in forme poliedriche, si unisce idealmente ai fuochi di accordi e percussioni accesi in Gloss Drop, quasi a sfidare l’ascoltatore in una gara di timpani e di logica. Quindi, se per i remix dei Radiohead permane quell’alone di “operazione simpatia”, forse per compensare le asperità godibilmente non-pop di The King of Limbs, in casa Battles la stessa situazione si presenta come una nuova battaglia. Dross Glop, il remix di un album difficile e non-lineare, è il campo su cui disputano i migliori guerrieri del mixer, alle prese con le forme gelatinose e inafferrabili delle tracce di partenza. Quelle di Wall Street, ad esempio, che assume le sembianze di una corsa nelle profondità delle frequenze udibili, dopo aver rappresentato il 2011 degli indignati insieme alla Money dei The Drums. Il momento richiede un Gui Boratto in stato di grazia, come in No Turning Back, capace di governare la materia sonora in ampi canali di sfogo, in cui il movimento è proporzionale alla freschezza del suono. Proprio ciò che Kode9 indica come vittima sacrificale, schierando reparti di beats e distorsioni atmosferiche, in grado di de-costruire perfino Africastle. Hudson Mohawke, al contario, sembra svolgere il compitino: se i Battles suonano come i Vampire Weekend, allora si è persa davvero la bussola.
Sì, perchè il gioco è sempre lo stesso, e funziona benissimo. Il supergruppo scrive una canzone, la suona, e infine la registra completamente rimescolata; ciò che si chiede ad un remix, allora, è violenza che agisce sulla violenza. Ben vengano i rischiosissimi break di White Electric e il minimalismo depressivo di Toddler, che estraniano il tema d’origine e lo riformulano senza obblighi verso l’originale, mentre My Machines, nei suoi estenuanti 9 minuti, ci racconta una dozzinale techno in colletto bianco. Volendo scegliere un vincitore, tutto sembra indicare l’extraterrestre The Field: loop incastrati alla perfezione in un tessuto che è già marchio di fabbrica, mentre le note originali di Sweetie & Shag riecheggiano su un muro di plastica, costruito apposta per l’occasione.



















