Band of Skulls – Sweet Sour

Scheda
Rispetto al genere
5.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.5


Voto
6.0

6/ 10

di Chiara Rimella

Secondo album per i Band of Skulls, ed è tempo di capire in che direzione si stia dirigendo il trio. Tre anni dopo Baby Darling Doll Face Honey esce Sweet Sour, che era facile aspettarsi essere una seconda puntata dello scheletro di chitarre e bassi blues dell’esordio. La cosa si è provata vera fino a un certo punto: di certo i riff non scompaiono dalla scena nel nuovo album, ma si polarizzano sui due estremi dello spettro – su quello agro e su quello dolce. Sweet Sour, la title track, apre il disco con suoni che strizzano l’occhio a generi più ‘pesanti’ del rock un po’ sporco à la Black Keys più usuale per i Band of Skulls. I virtuosismi alla chitarra fanno pensare ad un heavy-prog-rock che viene da molto più a nord della Nashville che di solito era la musa dei tre. Con Bruises ci si butta su un tono molto più intimo ma un pochino scontato, a creare quella che sembra un tentativo cosciente di produrre una cosiddetta ‘tune’ di alt-pop-rock un po’ datato, quantomeno inizio anni zero. Dal nulla sembra spuntare Wanderluster, un’anomalia fatta di un giro di chitarra apparentemente troppo veloce che però sul ritornello sfodera delle linee vocali (quelle di Emma Richardson, bassista) che potrebbero facilmente appartenere ai Kills. Familiari riffoni aprono The Devil Takes Care of His Own, che segue la falsa riga di Sweet Sour ma riesce a tenersi In equilibrio precario su note ancora blueseggianti, dimostrando che una via di mezzo – anche palatibile commercialmente – è ancora possibile. Lay My Head Down inverte la rotta verso una strascicata canzone che, invece, del blues mantiene tutto lo spleen, e che grazie all’intervento della voce di Emma suona pericolosamente come un tipico country al femminile. Dalla sua ha che, a sorpresa, questo pezzo suona molto più spontaneo e immediato di tanti degli altri – come se per una volta l’ispirazione venisse da dentro, e non da fuori.

I Band of Skulls si sono incontrati all’università di Southampton accomunati dalla passione per questa musica americaneggiante, ma l’America dalla costa sud dell’Inghilterra è lontana e difficile da impersonare soltanto facendosi crescere i capelli e indossando Ray-ban neri. Non c’è nulla di male nell’ispirazione a patto che non diventi manierismo, e certe volte è difficile capire se I Band of Skulls ci sono oppure se ci fanno soltanto. Nel momento di maggior necessità, a metà di un album che ha cercato di provare un po’ tutto quel che c’era da provare arriva You’re Not Pretty But You’ve Got it Going On, un pezzone che prende tutto e porta a casa. Ma l’energia viene subito sgonfiata da Navigate, infelicemente piazzata nell’album ma piacevolmente ipnotica nella sua malinconia in sordina. La vena più innocua ed indie continua con Hometowns, che si spinge verso l’estremo ‘sweet’ del loro miscuglio anglo/americano di quello che è più tipico di entrambe le nazioni. Questa viene comunque subito contrappuntata dall’agressiva Lies, che fa da giusto trampolino per una conclusione molto più sedata con Close to Nowhere, una tipica ma ben riuscita ballata triste. Insomma, tutto funziona come dovrebbe – in particolare la seconda metà dell’album che scivola un po’ più omogenea, forse perchè non comprende nessuno dei singoloni alla ‘vorrei ma non posso’ – ma il tutto suona un po’ organizzato e a tratti quasi anonimo. Saranno pregiudizi, ma mai fidarsi dei rockers di Southampton.

(05/03/2012)

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Chiara Rimella
Chiara Rimella

Editor of OUTsidersLDN & English student at Goldsmiths. I'm into alt rock, dream pop and mango chutney