Band of Skulls – Himalayan

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.7

7.7/ 10

di Simone Picchi

band-of-skulls1

Con due album all’attivo non passati inosservati nel vasto panorama garage-revival dell’ultimo decennio, i Band of Skulls si ripresentano a due anni dal precedente Sweet Sour. La band di Southampton dalla buona personalità ha portato sin dall’esordio una chiara impronta ed attitudine british ad un genere che (spesso) è sinonimo delle roots americane. Un power trio che ha tra i suoi punti di forza le doti canore del duo Emma Richardson e Russell Marsden – meglio negli episodi in coppia che in quelli singoli – e nella forza di Matt Hayward dietro le pelli, in un lavoro semplice di batteria ma tremendamente incisivo.
Un album di dodici tracce dall’approccio diverso dal solito. Lo si coglie sin dall’inizio con Asleep At The Wheel, un blues secco di stampo americano che ritroviamo nella classica Hoochie Coochie e che lascia interdetto l’ascoltatore-tipo della band, se non fosse per il solito magistrale uso delle voci che non abbandonano mai le loro origini. Brothers and Sisters e Toreadors sono le tracce più ritmate di questo nuovo ciclo, fatto di passaggi netti e sporcati da passaggi con il pianoforte. Nightmares è la sorpresa del disco, classico brano indie a tinte pop che convince, ritornello semplice ed efficace e chitarre meno potenti che si perdono in note diluite. Non mancano però episodi in cui esplode tutta l’energia dei Band of Skulls “classici” come Cold Sweat, I Guess I Know You Fairly Well e la potente I Feel Like Ten Men, Nine Dead and One Dying, soprattutto nel caso di quest’ultima.
Chi ha riconosciuto negli anni passati il talento dei tre britannici non sarà rimasto impassibile neanche in questo episodio. Un album che contiene anime diverse che si mischiano tra loro rendendo il lavoro completo ed omogeneo, con spazi divisi nel modo giusto ma con un’impronta comune, la personalità: questa forse eccessiva da parte del chitarrista/cantante nelle tracce da “solista”, che smussano in alcuni frangenti la perfetta quadratura del cerchio data dalla voce della bravissima Emma Richardson, capace di elevare la qualità di ogni brano, anche in quelli che altrimenti non avrebbero convinto del tutto. In attesa del ritorno dei Maestri del genere (The Black Keys) se serviva una scossa nell’ambiente garage odierno che sta perdendo forza, i Nostri l’hanno data, con l’ennesima carica.

(19/04/2014)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.