Band of Horses – Mirage Rock

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.7

5.7/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Quella dei Band of Horses è una biografia che da sé può facilmente spiegare la nomea di band talentuosa di cui questo gruppo di musicisti si è ammantata.
Interessante il fatto che siano innanzitutto di Seattle, città tra le più musicalmente fertili negli USA, che vide la nascita di Jimi Hendrix e divenne, più di quarant’anni dopo, la vera e propria capitale del grunge.
Chi li lanciò, poi, fu nientemeno che la SubPop, casa discografica che “scoprì” il grunge producendo i Nirvana, e che tutt’ora vanta collaborazioni, tra gli altri, con i Postal Service e gli Shins.
Un paio di informazioni che, pur non garantendo un risultato di qualità, non possono non incuriosire; soprattutto se si considera il successo dei primi tre album (con tanto di nomination al Grammy a coronare l’ultimo, Infinte Arms).
È però sbagliato credere che la musica dei Band of Horses sia un revival della Seattle anni Novanta: lo stesso spostamento della band dallo Stato di Washington alla Carolina del Sud lascia presagire una commistione di stili ed influenze che effettivamente hanno lasciato nella loro musica una notevole impronta. Uno stile quindi del tutto personale, per quanto non del tutto innovativo, a tratti intimista, a tratti prepotentemente rock e spesso caratterizzato da venature country che lo marchiano a fuoco, un po’ come l’obliqua scritta “Band of Horses” che compare centralmente su ogni copertina dei loro lavori discografici.
I Band of Horses ci hanno quindi abituati a una musica divertente e dotata di personalità, tale da lasciare residualmente all’ascoltatore la piacevole consapevolezza di avere a propria disposizione brani semplici ed immediati da poter ascoltare nei momenti in cui né il barocco rockeggiare degli Arcade Fire né l’eccessiva intensità di Sufjan Stevens possono bastare a concedere un po’ di respiro all’animo affannato.
Ma, prima o poi, questa oraziana aurea mediocritas avrebbe inevitabilmente dovuto scegliere se elevarsi in qualcosa di più personale e complesso, rimanere sempre uguale a se stessa o, nella peggiore delle ipotesi, peggiorare.
Sarà per il fatto che Ben Bridwell, il cantante, ha accorciato la sua barba e così, come un novello Sansone, perso la sua verve, sarà perchè -a dirla come gli anziani- la crisi non risparmia nessuno, ma i Band of Horses hanno finito per fare un passo falso; e non è bastata la mano magica del produttore Glyn Johns (il fatto che lavorò con Bob Dylan, con i Beatles, Eric Clapton e gli Who dovrebbe bastare a capire di chi si sta parlando) a salvarli.
Mirage Rock comincia infatti a preoccupare fin dai cori che aprono la prima traccia, “Knock Knock“, che per quasi quattro minuti ripete un ritmo accelerato e un ritornello banalissimi.
Le due tracce successive, How To Live e Slow Cruel Hands Of Time, cercano a fatica di riprodurre le atmosfere cullanti di Cease to Begin (appaiono lontane piccole perle come Detlef Schrempf e Marry Song): ma il risultato non regge le aspettative, perchè la vecchia ricerca introspettiva sembra essere sostituita da un’appena abbozzata malinconia che si presterebbe di più come colonna sonora di un film di Lisa Cholodenko.
A Little Biblical è piatta, come anche la ripetitiva Shut-In Tourist; meglio per Dumpster World, che se nella sua prima metà è considerabile tra le migliori dell’album, con citazioni ad un “cantore” degli Stati Uniti del calibro di Will Oldham aka Bonnie ‘Prince’ Billy, ma che poi diventa rabbiosa e insistente, perdendo tutto il suo fascino.
Electric Music è pura ipocrisia: l’ascoltatore viene infatti calamitato da un riff di chitarra trascinante, almeno finchè non si accorge di conoscere già questa canzone. Già, perchè qui i Band of Horses si atteggiano in un ruffiano scimmiottare l’energico e inconfondibile rock dei Rolling Stones.
Occorre quindi aspettare l’ultima traccia, la springsteeniana Heartbreak On The 101, per riconoscere un po’ del vecchio talento: la voce roca di Ben Bridwell culla l’ascoltatore, insieme ad archi soffusi e l’evocativo intreccio di due chitarre, verso un epilogo che concede un po’ di respiro.
Proprio per la fiducia che è giusto avere ancora nei confronti di questi musicisti, vogliamo credere che Mirage Rock sia il classico lavoro creato dimenticando la propria identità, lavorando sulla quantità piuttosto che sulla qualità e cedendo, anche se non del tutto, alle logiche di mercato. Un album banale, per niente ambizioso e che passerà inosservato nei confronti di coloro che per la prima volta li sentiranno e che deluderà chi, dall’entusiasmante Everything All The Time, aveva cominciato a sperare in un disco sensazionale che potesse inserire a pieno titolo i Band of Horses nella storia del rock. Peccato.

(19/09/2012)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.