Balkan Beat Box – Give

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
6.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Davide Agazzi

Intervistato in tempi non sospetti, Ori Kaplan, sassofonista dei Balkan Beat Box, ci aveva confessato che ”il nuovo album sarebbe stato qualcosa di totalmente diverso, mai provato prima, certamente innovativo”. Ora, a pochi giorni dall’uscita di Give, possiamo darne conferma, i Balkan Beat Box hanno decisamente cambiato rotta. A due anni di distanza dall’ultimo Blue Eyed Black Boy, Give è frutto di un particolare periodo storico, dove le grandi potenze e l’economia mondiale vengono messe sotto scacco da un sistema senza futuro e dove un po’ tutti gli artisti cercano di comunicare il proprio disappunto nei confronti di una società senza valori. Ed è così che un gruppo da sempre vicino alle sonorità mediterranee come i BBB ha deciso di voltare pagina, eliminando, di fatto, la parola balkan dai propri spartiti ed infarcendo il tutto con ritmi forse più moderni, ma più lontani dal repertorio a cui il trio ci aveva abituato. Dalle note di Political Fuck al megafono-pistola in copertina il messaggio politico è sempre in primo piano, come dimostrano le tracce Urge to Be Violent ed Enemy in Economy. Le giornate di Occupy Wall Street vengono ripercorse a suon di hip-hop, reggeaton e musica dance, con l’ottimo sax di Kaplan ultimo baluardo del sound perduto. Ma è forse nei testi che i Balkan Beat Box destano le maggiori perplessità, facendosi promotori di volgarità gratuite, non certo innovative e spesso inopportune. Frasi come “working hard to get you wet’’ (What a Night) sembrano più appartenere allo slang di un rapper del Bronx, che ai ritmi sofisticati di questi tre ottimi musicisti. Le differenze con il passato sono dunque tantissime, ma non sono certo casuali. All’interno del disco, si segnala la fine delle grandi collaborazioni con brass band e cantanti. Rinchiusi nello studio di registratazione, tra sintetizzatori e diavolerie elettroniche, Kaplan, Muskat e Yosef hanno voluto mettersi alla prova affidandosi totalmente a se stessi. Ci sono certamente spunti interessanti, come testimoniano il sound carioca di Part of the Glory, la forza esplosiva della già citata Political Fuck o la genuina Minimal, ma alcune tracce, come Money, Suki Muki (vi ricordate Geht’s Noch di Roman Flugel?) o Porno Clown sembrano veramente messe nel disco quasi per caso. Evidentemente i Balkan Beat Box avevano bisogno di sperimentare, di cambiare, di voltare pagina. L’aver osato troppo in una certa direzione, già in minima parte avvertita nell’album precedente, ha mandato questo fantastico trio fuori percorso. La speranza è che ritrovino la strada di casa.

Leggi l‘intervista ad Ori Kaplan, sassofonista dei Balkan Beat Box! clicca qui

(26/03/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.