Bachi Da Pietra – Quintale

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.5

8.5/ 10

di Marco Favaro

Giovanni Succi è uno gnostico voltato dal lato sbagliato. Non dal lato sbagliato, per meglio dire, ma dal lato altro. Invece che inseguire Dio, e gli dei dietro di Lui, nel gioco a scatole cinesi dei cieli, si è ritrovato con la faccia sbattuta a terra. Posizione piuttosto inedita.  Concentrare il proprio pensiero sui grani di terra, penetrare la crosta tra pietra e terricci dalle infinite sfumature, scorie sepolte e rare pozze d’acqua. Vivere nella natura dura, senza perdono e scandita dal tempo, nel microcosmo di insetti che tanto ci rispecchia. Visione abissale.  Data la situazione non sempre piacevole ha cercato compagnia, trovandola nell’infaticabile Bruno Dorella, maestro insuperato -con i suoi colpi precisi, immani o accarezzati- nel far crollare pareti di roccia. Dopo Terzo (Tarlo) e Quarzo, i Bachi Da Pietra tornano con Quintale, convincente e netta evoluzione di sostanza e forma. Come linea generale, si cerca meno il silenzio e maggiormente il pieno. Viene scomparendo la fragilità rarefatta dei lavori precedenti, compare la forza impattante dell’urlo, della chitarra e della batteria che saturano il vuoto.  La parola cesellata si confonde nella marea, perdendo un po’ in limatura, ma guadagnando in immediatezza – l’andamento si fa insistente e prosaico. Il dato aggiunto è proprio la capacità della prosa di inghiottire il brusio del mondo , senza escludere nulla (stelle e Mazinga Z, inferni e musica techno):Succi e Dorella hanno masticato a lungo e finalmente, in Quintale, risputano tutto. L’asprezza verbale di certi passaggi rimanda soprattutto ad alcune liriche di Tornare Nella Terra (Primavera Del Sangue, Verme, Prostituisciti) passando per le successive Non Io e Lui Verrà. Haiti (e più in là Paolo Il Tarlo) ricorda in parte suoni e andamenti dei Queens of the Stone Age degli inizi; si ribadisce qui il punto d’osservazione dei Bachi, l’angolo da cui si vede la loro stella-buco nero nel suolo. Brutti Versi  e Fessura possono essere accostate per le sonorità rock e la tematica: nella prima si lamenta la produzione in massa di parole inutili, il pensiero che il mondo ne abbia un disperato bisogno: meglio -al contrario- vedere poco, appena quello che lascia trapelare un fessura, ma vedere le cose con gli occhi giusti (o piuttosto senza, come nella vecchia Lunedì: io per me, dormo nei fossi/per vedere devi perdere gli occhi). Tra le due, Coleotteri, che affronta -durissima- il Sistema creato e alimentato dagli sciami umani (precedenti in Altri Guasti e Servo), ed Enigma, che coinvolge noi, i Bachi stessi ed i loro collaboratori in un interrogativo imprecisato: ma a quale tra gli enigmi del mondo applicare l’enigma?

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Bachi Da Pietra

Io lo vuole interviene ancora sul peso delle parole, sulla retorica politica e culturale, sull’assuefazione totale alla brutale violenza verbale; tema interessantissimo, specie alla luce della svolta stilistica dei Bachi: e loro ben conoscono il pericolo che può scaturire dal senso di onnipotenza dato dalla violenza (verbale e sonora), tant’è che hanno impiegato parecchi anni e quattro album per elaborare la loro violenza.Poi Pensieri Parole e Opere, rock’n’roll quasi divertito (tra White Stripes e Black Rebel Motorcycle Club), seguita dal binomio Paolo Il Tarlo e Sangue, che riassumono e concentrano molto della visione dei Bachi; Sangue sfoggia, alternato ad un grido agonizzante, un riff che sembra scritto per i Bachi Da Pietra dai Metallica.  Dopo si respira a pieni polmoni, con la ballad-inno liberatorio Dio Del Suolo, davvero notevole. Si è tralasciata Mari Lontani, per affiancarla alla (quasi)finale Ma Anche No: rasentano entrambe la psichedelia e introducono una tematica che fino ad ora Succi ha tenuto a freno: quella del sogno, della fantasia e dell’immaginazione – forse una delle poche vie di fuga dai labirinti della roccia? Ma anche no, o forse sì, o forse nel prossimo album.  Nel frattempo c’è da proseguire l’ascolto, appena iniziato, di questo immenso Quintale (per quello che non colgo al primo ascolto, concedimi un secondo, concedimi una svista, una seconda vista).La vera traccia finale del disco è baratto@bachidapietra.com, riflessione (e proposta pratica) in merito al download illegale del lavoro degli artisti, che precisa anche alcune idee di fondo che accompagnano i Bachi. Mai l’impegno artistico deve essere pensato come distante da noi, appannaggio di sale annoiate o di discussioni infervorate e inconcludenti, ma sempre -e innanzitutto- come tempo, lavoro e denaro speso. L’impegno artistico è davvero ancorato nella terra, nella fatica delle persone e nel loro incontro. Che poi da lì posso salire più in alto, questo è un altro discorso.Per concludere. Io il disco l’ho comprato, ma un caffè a Succi e Dorella lo offro volentieri lo stesso; magari ne ricavo un paio di dritte su Caproni, o comunque un loro vaffanculo per questa recensione stentata. Anche quello ben accetto.

(22/01/2013)

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Marco Favaro
Marco Favaro

Collaboratore. Cantante e chitarrista nei Dieci Piccoli Indiani.