Atoms For Peace – Amok

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Matteo Monaco

Come ci si avvicina al mostro sacro Yorke, dopo i mesi di attesa e di tam-tam mediatico che hanno preceduto Amok? Con tante storie da raccontare e con un’asticella delle aspettative alzata al  livello massimo, naturalmente. E con un chiodo fisso su cui arrovellarsi: l’artista britannico merita davvero, con tutte le dovute proporzioni, gli onori da “quinto Beatle” che pubblico e critica gli conferiscono da almeno un decennio?
Partiamo dai fatti. Amok è la prima creatura partorita dagli Atoms For Peace, il supergruppo capitanato da Thom Yorke e Flea insieme a Nigel Godrich e alla sezione ritmica di Joey Waronker e Mauro Refosco. Un disco che è il primo approdo concreto di un esperimento musicale non previsto, avvenuto durante le prove per il tour di The Eraser (il primo album solista di Yorke) e formalizzato a partire dal 2009 sotto l’attuale monicker. Casualità per casualità, anche la genesi di questo Amok ha vissuto di mistero e di incertezza: con i due leader impegnati nei recenti progetti a marchio Radiohead e Red Hot Chili Peppers, il materiale per l’album (a detta della stessa band) è stato ricavato in pochissimi giorni di lavoro in studio, sotto l’occhio ansioso dei fan e della stampa specializzata.
Come è successo, ad esempio, per il tema centrale di Default, il primo singolo pubblicato in anteprima. Un giro di synth dalla metrica indefinibile, suonato per caso da Yorke sul sintetizzatore e affidato in primo luogo alle corde di Flea, per poi invece cambiare idea di fronte alle difficoltà incontrate dal bassista nell’eseguire la strofa. L’aneddoto riguardo alla scrittura di Default è particolarmente indicativo del piglio con cui gli Atoms For Peace hanno affrontato il lavoro di produzione. Si tratta di dare precedenza alle macchine e al software non solo sulle questioni di resa finale, ma anche sulla grammatica basilare dei pezzi prodotti: pur di mantenere intatta la pulsante melodia al synth Default viene suonata quasi interamente al computer, vestendo così i panni di un affascinante guazzabuglio ritmico, debitore delle composizioni free di ogni tempo.

Atoms-For-Peace

In questo, Yorke combatte con onore la sua battaglia. Perchè se è dai tempi di The Eraser (2006) che il frontman dei Radiohead voleva produrre un disco dance senza mezzi termini, stavolta ce l’ha messa proprio tutta. Più che nel modaiolo The King Of Limbs, certamente più che nell’ansiogeno noir di Amnesiac. Eppure, come già hanno notato i critici d’Oltremanica, nell’artista inglese convivono due anime: l’una, che chiameremo Thom, è il diafano menestrello post-grunge di Karma Police, mentre l’altra è Yorke, la superstar che precorre i tempi lanciandosi in “pop-opere” sui terreni inesplorati del sequencing. Dunque, per quanto si avverta l’impegno in tal senso, in Amok non si respirano le asettiche, berlinesi atmosfere che Yorke invidia agli amici Modeselektor. Sia per il grande peso (anche in senso carismatico) di Flea, che sicuramente per l’eclettismo disinvolto di Mauro Refosco dietro alle pelli, Amok si avventura spesso sul territorio thom-yorke-radiohead“umano, troppo umano” dell’alt-rock. Là dove i Radiohead sono maestri, qui compaiono stralci emotivi sottoforma di canzoni, come ad esempio in Judge Jury and Executioner. Troppo sinuosa e invadente, la prestazione vocale, per rispettare gli argini meccanici programmati al computer. E tanto, troppo autoriflessivo il tessuto narrativo che procura nutrimento all’intera opera, per restare in secondo piano rispetto alle musiche. Se la techno spesso sfrutta le parti vocali come stampella nell’alternarsi di noia ed eccitazione, in Amok esiste davvero un Io narrante e compare una vera e propria vicenda. Per questo, proprio nei momenti più intensi della narrazione, il cantato di Yorke si fa lontano e colpisce, come un’eco, la superficie della gabbia in cui lo si prova a costringere.
D’altra parte, sfogliando le pagine estere sui giornali degli ultimi giorni, si può capire quale differenza intercorra tra questo supergruppo e un banale soundsystem di tendenza: con il leader dei Radiohead pronto a denunciare il primo ministro David Cameron, nel caso in cui  quest’ultimo avesse “preso in prestito” la loro musica per le convention di partito, si capisce che il prodotto finale degli Atoms For Peace non può prescindere dal peso culturale e mediatico del suo principale artefice. Impossibile, dunque, giungere ad un risultato che non comprendesse una complessa anima rock nelle sue declinazioni musicali e politiche. Forse è così che si trova un fondamentale tratto in comune della “strana coppia” Yorke-Flea, a smentire le voci secondo cui il bassista dei RHCP fosse quasi  fuori posto nel contesto rigidamente elettronico solitamente accostato agli Atoms For Peace.Flea

Invece, è proprio nei confini disegnati dal basso di Flea che Amok trova una sua particolare vena espressiva, a cavallo tra la libera sperimentazione e la tipica intonazione di una rock-opera. Un ordine venato di spunti magistrali e instabili, come racconta l’incedere di sapore asiatico di Dropped e la più introversa trama dell’omonima Amok. Intanto, in Reverse Running il flirt con l’accompagnamento alla chitarra mette in mostra il talento del duo Waronker-Refosco, proprio quando Ingenue si erige nella sapiente miscela di architettura e di suono ideata dal navigato Godrick.
Come spesso accade ai supergruppi, anche Amok è un disco che molti aspiranti musicisti dovrebbero mandare a memoria. Non solo per questioni squisitamente tecniche, s’intende, perchè l’esordio degli Atoms For Peace non manca dal mostrarsi credibile e coerente perfino sulla difficile strada del puro esperimento. Per gli stessi motivi, però, ancora non si respira l’aria ultraterrena del capolavoro. Preciso e innovativo al punto giusto, il quintetto “post-tutto” fondato a Los Angeles dimostra che l’aspettativa del pubblico era ben nutrita. Eppure, più che soddisfare, Amok promette ben altra gloria e porta a sperare in sviluppi ancora più rivoluzionari. Gli stessi sviluppi che è giusto attendersi dal Beatle superstite del terzo millennio.

(01/03/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.