Arcade Fire – Reflektor

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
8.8

8.8/ 10

di Marco Favaro

arcade fire

Reflektor, quarto album dei canadesi Arcade Fire, si è fatto notare innanzitutto per il vortice di immagini e aspettative che ha saputo creare intorno a sé – vortice che, con l’uscita dell’album (doppio), si è presto alimentato di flussi di parole, giudizi e critiche, spesso volti più a farsi parte del vortice stesso che a ragionare sull’album. Eppure Reflektor, fin dal titolo, era consapevole del mondo di specchi in cui sarebbe comparso e ci aveva messi in guardia dagli abbagli che scambiamo troppo spesso per realtà. (Trapped in a prison, in a prism of light, primo verso del disco).

Tutto l’album gioca tra una decisiva spinta verso l’innovazione sonora e le cadenze ormai inconfondibili degli Arcade Fire; da una parte nuova strumentazione – set di percussioni afro, pesante apporto di elettronica che in parte sostituisce i fiati e gli archi degli album precedenti – dall’altra la sapienza maniacale della band negli arrangiamenti, la profondità della produzione, i cambi di passo e i crescendo inarrestabili. Si fa qui dominante il ritmo, la spinta verso il movimento, messo in evidenza dalle splendide melodie, che sempre si inseguono e sovrappongono. Ad esemplificare perfettamente questa stringa di caratteri, la coppia Awful Sound (Oh Eurydice)/It’s never over (Hey Orpheus), vetta compositiva del disco. Bisogna sottolineare – fino ad ora non se n’è parlato – come Reflektor sia certo imparentato con tutta la produzione degli Arcade Fire, ma come la sua vena di fondo sia da collegare a quella di Neon Bible (a partire dalla copertina quasi imbarazzante). Tornano oggi quella varietà ritmica, la potenza degli arrangiamenti, il gusto per l’azzardo e la stratificazione; e ancora l’importante tematica della luce (Black Mirror, Neon Bible) che troppo illumina e troppo poco, la visione sapienziale e sentimentale dei contenuti, simile ma non coincidente con quella prevalentemente memoriale di Funeral e The SuburbsReflektor si chiude lasciando un senso di sazietà e l’impressione che, al di là dell’istinto metamorfico verso tutte le direzioni, brilli la capacità degli Arcade Fire di fare proprio ogni tipo di materiale sonoro, di far risuonare del loro timbro tutto quello su cui mettono mano. E che al gioco di luci e riflessi che ci circonda sia frammischiato anche lo slancio sentimentale autentico che innerva tutto l’album. Del resto anche la copertina, sotto i colori variabili, svela l’Orfeo e Euridice di Rodin.

(23/11/2013)

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Marco Favaro
Marco Favaro

Collaboratore. Cantante e chitarrista nei Dieci Piccoli Indiani.