Ani DiFranco – Which Side Are You On

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

di Davide Agazzi

Sempre più vicina alla soglia della terza età, Ani DiFranco non interrompe la sua marcia femminista, fatta di trasgressione, anticonformismo e diritti sociali. Folk sulla chitarra, punk nello spirito, inaugura il 2012 con un vero e proprio ritorno sulle scene, a tre anni di distanza dall’ultimo disco Red Letter Year. Un lasso di tempo ragionevole per qualsiasi artista, decisamente sorprendente per una cantante che in ventidue anni di carriera ha sfornato 19 dischi, senza contare live e raccolte. Which Side Are You On? è la stessa domanda che si poneva Florence Reece nel 1931, quando, prendendo le parti dei minatori del Kuntacky fece i conti con la violenta repressione di ricchi proprietari e poliziotti corrotti. Diventato un inno per i lavoratori d’Oltreoceano, fu reso celebre dal padre del folk Pete Seeger, esclusivamente al banjo in questa riedizione elettrica firmata DiFranco. Ed è proprio questa una delle tracce più riuscite di un album levigato da tanta lavorazione.

Oltre a Seeger, c’è spazio per Skerik, già sassofonista di Pearl Jam e R.E.M, per il chitarrista Adam Leavy e per l’amica Anais Mitchell. Archiviate le collaborazioni con Prince ed una certa passione per la musica nera, ci si siede ad ascoltare questa ragazza dal canzoniere interminabile. Una vita trascorsa facendo sentire la propria voce, rimanendo sempre ai margini della popolarità e delle grandi case discografiche, coltivando un talento palesato fin dalla tenera età, quando, a soli nove anni, suonava le cover dei Jethro Tull. Dichiaratasi bisessuale al resto del mondo, continua a professare i suoi ideali sulle note di Promiscuity ( “Promiscuity is nothing more than traveling“) e a difendere i diritti femminili al suono di Amendment.

Mancano le spigolature degli esordi, magari acerbe, ma certamente genuine, che hanno da sempre caratterizzato le sue canzoni. Una carriera senza pause, dagli inevitabili alti e bassi, che cerca di trovare un punto fermo nel proprio spirito. Sono le note malinconiche di Zoo, contrapposte a quelle leggiadre di Splinter e Mariachi, i celebri suonatori messicani (“I’ll be the right hand, you’ll be the left hand, you and me we make a mariachi band“), a delineare un disco tanto impegnato, quanto spensierato. Non c’è spazio per il rock  nella sua accezione più classica, ma c’è la possibilità, ancora una volta, di comunicare un messaggio.  Perché in fondo, basta prendere la chitarra e dire quello che si pensa.

(12/01/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.

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