Anakronic Electro Orkestra – The Yiddish Part

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Matteo Monaco

Se sei un europeo poco interessato alla musica, il tuo concetto di “ballabile” non si sposta molto più in là di David Guetta. Al massimo, contempli una punta di big beat riesumato dai gloriosi ’90. Se sei un europeo di media cultura, ti sarà capitato di accomodarti su una sedia da campeggio ad un concerto “impegnato”, e forse lì hai conosciuto il klezmer.
Se invece sei un europeo che non vede un Occidente ad ovest di Belgrado (magari hai radici ashkenazite?), quando senti parlare di klezmer corri ad indossare l’abito della festa. Sì, perchè il klezmer è l’arte delle bande di trombe e clarinetti che hanno fatto ballare l’Europa Centrale, ai matrimoni come ai funerali (Bregovic dixit), nei secoli più bui della diaspora. La stessa arte che rivive a Tolosa, negli strumenti a fiato di Anakronic Electro Orkestra. Li si ricorda per la partecipazione a Vincoli Sonori 2010, alle prese con l’esordio The Yiddish Part (2009).
Come si dice, quando tutto cambia perchè non cambi nulla? Il complesso di raffinati musicisti alle spalle del progetto, tra una divagazione dub e una sapiente misura dei campionamenti vocali, ammanta di robotica e di asfalto una materia che è per definizione primitiva. E qui sta il fascino di un’opera complessa, ma sorprendentemente vicina alle origini più antiche del movimento dei klezmerim. Nessuno di questi suonatori vagabondi, cugini dei più noti lautari romeni, avrebbe infatti composto una sola riga di musica attendista, con la quale è oggi spesso confuso il filone klezmer.
Anzi. Cerimonie, feste popolari e perfino altezzosi (ma, a quanto pare, movimentati) salotti nobiliari dell’Italia del ‘700 erano  i luoghi d’elezione di una comunità culturalmente benvoluta anche dai gentili, nata per musicare la nervosa malinconia dei figli di Abramo tra le mura dei ghetti. In un’ottica simile, anche il modo migliore per rilasciare la tensione di un’intera etnia senza spargimenti di sangue, con l’aiuto di pochi strumenti. E forse ciò da cui Zibn, aprendo il disco, pare discostarsi: qui la matrice yiddish è controllo e riverbero ambientale, con un occhio strizzato al dub, in una cerebrale jam session di plastica.  Le radici, però, non tardano a farsi sentire in Why is it Funny, un’ipotesi musicale che unisce il gusto latino degli arrangiamenti alla tensione tutta balcanica degli ottoni, arrestati e apparentemente sommersi da una poderosa sezione ritmica. Il ritmo è rallentato, mai basso, e il clarinetto disegna (come nella migliore tradizione) le parti sottratte al canto, donando il tocco finale di pathos alle composizioni. Il meglio, però, deve ancora arrivare: la folle Free Klarinet Screamin’ in my Head e Original Nigh concludono quello che pare sempre più un patto tra la Storia e il futuro. Da una parte i fiati rievocano un improbabile Jerry Garcia ebraico, scrivendo una pagina di imperdibile psichedelia aramaica, mentre nell’unica traccia del secondo disco avviene la definitiva metamorfosi. Più avanti degli House of Pain, insieme alla superstar Socalled: l’hiphop sbarca nell’universo klezmer come Eminem in un’opera di teatro. Inaccettabile, impensabile, ma maledettamente esaltante.
I klezmerim non avrebbero saputo fare di meglio.

(07/02/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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