Anais Mitchell – Young Man in America

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.5


Voto
7.7

7.7/ 10

di Elena Quaglia

La vivace biondina che strizzava l’occhio al country è cresciuta e con il nuovo album, una promessa all’altezza del precedente e ottimo Hadestown, si presenta nelle vesti di cantrice della grandezza. Si nota che Anais Mitchell, scopertasi musicista giovanissima, in questo decennio ha avuto modo di viaggiare, di allontanarsi il più possibile dal proprio paese e quindi di farvi ritorno con i mezzi per comprenderlo meglio e scrivere canzoni sull’argomento. L’intento è difficile, ma il risultato, uscito in Europa questo lunedì, non delude e si prepara per un meritato successo sia di pubblico sia di critica, che già lo definisce sua migliore produzione. Young Man In America è un lavoro potente ed ambizioso, in cui si incontrano testi di spessore e note che li valorizzano senza offuscarli: l’album risulta possedere un delicato e piacevole equilibrio, una sorta di verità misurata anche se non profetica. Wilderland e la title track, brani legati a filo doppio sia musicalmente che per significato, hanno delle Terre Selvagge la bellezza lontana e cruda di un ululato, che Anais eleva ad occhi chiusi verso una luna americana. Le atmosfere evocate nell’album sono sempre quelle di una terra giovane e schiva che cerca le proprie origini, anche in leggiadre ballate come quella che racconta la triste storia del Pastore, una parola che ricorre frequentemente fra le righe di molte canzoni.

C’è posto, nell’album, anche per l’amore, ma è quasi sempre un sentimento destinato a fallire e perdersi, nel continente delle lunghe strade: sono le distanze immense e americane che decretano come il destino degli uomini sia una eterna malinconica ricerca, consapevoli della grandezza e a lei grati e da lei condannati allo stesso tempo. Tailor, Coming Down, Annmarie, You Are Forgiven, sono tutti canti di profondi dolore, ricerca e vita, eseguiti da una voce così traboccante femminilità e giovinezza che si crea un contrasto davvero affascinante. Dichiara, la fanciulla, di essere stata ispirata “dalla virilità americana, dalle ballate britanniche e da mio padre” nella creazione di questa straordinaria produzione indipendente, e virilità americana e presenza paterna permeano visibilmente l’opera, manifestandosi in tracce come He Did, un inno a tutti i padri contadini e costruttori, che quando se ne vanno non lasciano testamenti ma “una pala e un buco da riempire”, un messaggio di fondamentale speranza alla gioventù americana e non solo, che il futuro permetta di cucire molti strappi, aprire molti occhi, riempire molti buchi.

(17/02/2012)

Commenta
Elena Quaglia

Redattrice. Lavora a RadioTrip.net (www.radiotrip.net) e RadioAttiva (radioattivarivoli.wordpress.com): nell'attesa di diventare una speaker professionista studia Scienze Forestali e scrive parecchio.

0 Comments



Be the first to comment!


You must be logged in to post a comment.