Amanda Palmer – Theatre Is Evil

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.5

7.5/ 10

di Matteo Monaco

Di Amanda Palmer si è detto tutto e il contrario di tutto. Chi la ritiene un mero fenomeno mediatico, nutrito a colpi di dichiarazioni e di provocazioni varie, non trova accordo con quanti ne esaltano la vena dissacrante, che ha toccato i limiti dell’isteria creativa nei precedenti progetti a nome The Dresden Dolls e Evelyn Evelyn. E allora con il nuovo Theatre Is Evil si parla innanzitutto di questo “commedia teatrale”, un carrozzone di critiche e di contrapposte lodi da far impallidire i salotti tv di Domenica Cinque.
I fatti sono più o meno questi: il disco è stato promosso economicamente dai fan attraverso la piattaforma Kickstarter, fino a raggiungere la ragguardevole somma di un milione di dollari (a fronte dei 100,000$ richiesti dall’artista). Subito sono sorte le polemiche riguardanti il valore etico di questa raccolta fondi e si sono sprecate le indiscrezioni sullo stile di management della Palmer. Secondo una delle campane più autorevoli, il produttore e chitarrista americano Steve Albini,“dovrebbe essere ovvio che dopo aver avuto oltre un milione di dollari da una campagna del genere è davvero una cosa rozza andare a chiedere ancora cose gratis al tuo pubblico, come suonare nella tua fottuta band senza pagare”. La pietra dello scandalo sono le chiacchierate collaborazioni (a titolo gratuito) richieste dalla Palmer a dei musicisti non professionisti in cambio di un’apparizione nel nuovo disco. La risposta della newyorkese non si è fatta attendere: “Adoro Steve Albini e io sono una grande fan di quello che fa, ma so anche che è uno stronzo dal carattere difficile”.
Un clima disteso per lanciare la nuova rock opera, dopo i quattro anni passati dall’esordio da solista? Sembrerebbe proprio di no, ma dopo aver scartato Theatre Is Evil sembra difficile credere che possa esistere una dimensione diversa per la vulcanica Amanda “Fucking” Palmer. Partendo dall grande spazio riservato alle parti orchestrali, al rumore in riverbero che trabocca su ogni frequenza e dal pathos qui epico, là tragico, che tocca le corde dell’ascoltatore, il lavoro dell’autrice statunitense pare trarre la propria gustosa linfa da una lotta psicologica. Probabilmente una lotta tra tutti gli addendi della sua carriera artistica, breve quanto già vorticosa. Si comincia assistendo alla caciarona Smile sbattere sugli spigoli pink-punk di The Killing Type, per sfociare nel singolo marchiato “Avril Lavigne” in Do It With A Rockstar.
Si comincia, ma soloalla quarta traccia che ci raggiunge il fiatone e la sensazione di avere sotto mano qualcosa di diverso dal solito. Scorrendo tra l’ indie-wave  à-la M83 di Want It Back e la splendida ninna-nanna rubata agli Eels, The Bed Song, abbiamo già i timpani disorientati. Sì, perchè in Theatre Is Evil sembra una centrifuga sonora, dove i pezzi prendono la spinta dal concept dell’album per uscirne in tutta fretta, seguendo traiettorie mai banali. È arduo distinguere una cornice in questo caleidoscopio di suggestioni: l’unica è quella dell’ansia, onnipresente stimolatrice di nuove esperimenti, di facili entusiasmi e di brucianti cadute, che si susseguono in questo magniloquente Theatre Is Evil. Eppure, lì dove il sillabare interrotto della fresca Melody Dean si  confronta, ancora una volta, in uno strano specchio con la mesta orchestra di Berlin, ci sembra infine di sapere tutto su Amanda Palmer.
Forse una stronza, molto probabilmente un’egoista accecata dalle mille personalità che agitano la sua vena artistica. Però, dietro all’affascinante presunzione della cantante newyorkese, c’è tutta la rabbia, la sofferenza e la creatività di un’accentratrice innamorata della propria tragica solitudine. Letteralmente, inevitabilmente rock.

(13/10/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.