Alter Bridge – Fortress

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.5

8.5/ 10

di Simone Picchi

Alter-Bridge-2013In tempi duri come questi, per l’hard rock schiacciato dalla riscoperta del folk, dal predominio dell’hip-hop e dell’elettronica e dallo stile indie, da un pò di tempo serviva una risposta concreta dalla “musica del Diavolo”. Mutata nel tempo ha sempre avuto ragione di esistere, ma spesso ha perso la sua forza a causa di un mercato ricolmo di proposte ancorate agli standard di genere di fine millennio. Da dieci anni a questa parte gli Alter Bridge sono stati tra i pochi a cercare nuove vie con una ricerca continua verso una possibile evoluzione stilistica. A pochi anni da ABIII – non apprezzato come i suoi predecessori – la band di Orlando torna in studio dopo la proficua esperienza di Myles Kennedy al fianco di Slash ed un disco solista da parte di Mark Tremonti.
Il singolo Addicted To Pain, che ha anticipato l’uscita del disco, è la tipica traccia a là Alter Bridge che segna una ripresa dei suoni metal-oriented già percorsi nel  lavoro precedente, lasciando presagire il contenuto di quest’ultimo. Cry for Achilles apre il nuovo disco stupendo un po’ tutti, con una cavalcata che prende a piene mani dal repertorio progressive metal senza snaturare l’anima hard rock della band. Bleed It Dry e The Uninvited sono il compromesso ideale tra i riff granitici vicini al lavoro solista di Tremonti e le atmosfere dei Mayfield Four, band “giovanile” di Kennedy. Una prima parte di disco che offre nuovi spunti nell’intensa Lover che strizza l’occhio (o forse tutti e due) alla produzione Alice in Chains, assoluta novità insieme a Calm The Fire che riprende – con le dovute distanze – certe strutture che hanno fatto la fortuna dei Muse. Dopo una prima parte senza cali, la seconda risente molto di più del repertorio classico del gruppo con la riuscita Peace Is Broken, la presenza alla voce di Tremonti in Water Rising, la ballad All Ends Well e la title-track che conclude l’album, un’epica anthem che ci riporta indietro alla meravigliosa Blackbird.

Questa quarta fatica in studio rappresenta un ulteriore salto in avanti a livello qualitativo ed emozionale per la band americana, dove anche i due membri meno “nobili” (Brian Marshall e Scott Phillips, rispettivamente basso e batteria) danno un contributo vitale alle composizioni. La scelta di continuare col produttore storico è stata premiata in fase di missaggio che risulta perfetto nelle sfumature e mai banale. Un album che fa gridare al miracolo, ma – complice un rilassamento nella seconda parte – non lo investe della lode. Se mai ce ne fosse stato bisogno, gli Alter Bridge dimostrano di meritare il loro successo e l’etichetta del “Migliore”, portatori di un nuovo modo di concepire l’hard rock lasciandosi finalmente alle spalle l’ingombrante presenza di un passato chiamato Creed.

(04/10/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.