Van Der Graaf Generator – ALT

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
4.0


Hype
4.5


Voto
4.5

4.5/ 10

di Lorenzo Goria

È trascorso solo un anno da quando l’ultimo album dei Van Der Graaf Generator, A grounding in numbers, ha chiuso la trilogia iniziata nel 2005 con Present, e qualche riserva ci può essere su un “instant album” composto ad una velocità che sarebbe più calzante per una band di trentenni, soprattuto considerando i tre anni di lavorazione che aveva richiesto l’ultima uscita. Ma questo non è esattamente un disco che necessita di una lunga gestazione: frutto senza dubbio di una buona intuizione artistica, si propone fin troppo sbrigativamente di sradicare il vecchio sound in favore di un timbro più sperimentale e ammiccante all’elettronica. Scordatevi quindi il vecchio feeling, i testi introspettivi e l’organo impareggiabile di Hugh Banton. Del vecchio gruppo non troverete nessuna melodia, nessun riff, ma nemmeno il carattere. Alla fine di ogni pezzo i musicisti sembrano girarsi verso l’ascoltatore chiedendo: «Allora, ti abbiamo stupito?». La risposta è certamente sì, ma non il sì che vorrebbero loro.
ALT è un disco di appunti, costantemente in fieri, con poco materiale veramente ben lavorato. Cinque brani della durata inferiore ai tre minuti, frequenti i fade in e fade out che danno l’impressione che il pezzo sia stato tagliato e troppi momenti in cui le improvvisazioni si accatastano formando un insieme molto poco organico. In alcuni momenti sembra di sentire i nastri di due pezzi diversi suonati contemporaneamente. Non manca qualche buona idea, come le brevi Extractus e D’accord, ma vengono abbandonate sul nascere senza essere sviluppate come meriterebbero. La stessa sorte capita anche agli altri pezzi brevi, talvolta solo degli interludi dal sapore drone appena abbozzati. Ai loro primi passi nella musica sperimentale, i VDGG si appoggiano ai maggiori punti di riferimento della sperimentazione di ieri e di oggi. Rispettivamente i Tangerine Dream e i ProjeKct Crimsoniani.

Dal fronte dei brani più lunghi vengono le prime consolazioni: tralasciando il floydiano omaggio d’apertura, quattro minuti di uccellini cinguettanti, i sei minuti di Colossuss sono un bel momento per provare un sound simil-orchestrale ottenuto con dovizia di sintetizzatori e di mellotron, che creano un’atmosfera cupa e inquietante. Ma alla lunga anche i pezzi di una certa durata girano a vuoto e tocca a Guy Evans il compito di riempire i buchi con un drumming più invasivo che mai. In certi momenti gli assoli si accatastano e il pezzo manca anche del contributo di Banton relegato ai synth. Analogo il discorso per Splendid, una bella improvvisazione di organo che una volta tanto segue una linea melodica che dopo il primo minuto si perde in uno spasmodico, ennesimo, assolo di batteria. A far da contraltare alla sperimentazione Repeat after me, un pezzo dominato dal pianoforte e accompagnato dal basso elettrico e dal synth, che per la durata di sette minuti si ripete in maniera abbastanza elegante e risulta più noioso che fastidioso. Ma l’innovazione è altra cosa. Altri sprazzi di insignificanza arrivano da Midnite or so, un lento e cadenzato flashback nella psichedelia. Neanche a farlo apposta, anche qui si perdono per strada. Verso la fine il complesso si fa più brioso, le atmosfere meno rarefatte, le improvvisazioni più lineari e compatte. Non è un caso che i tre pezzi miglior siano uno dietro l’altro alla fine del disco. Tra D’accord, Mackerel Ate Them e Tuesday,the riff  è rinchiuso quello che il disco sarebbe potuto essere: un jazz sporcato di elettronica, brillante, piacevolmente cacofonico, con momenti di soli sintetizzatori che non annoiano, e suggestioni di musica sinfonica. Il bel lavoro del disco è racchiuso in poco più di un quarto d’ora. Il brutto del disco invece è sintetizzabile nella traccia finale, Dronus, degna di essere inserita nel “Worst of ” del gruppo senza appello. Non c’è da lamentarsi di improvvisazioni mal riuscite qui, ma come soundscape è troppo invadente e certamente poco rilassante e come musica drone è eccessivamente monotona. Il tutto per la durata sovrumana di dieci minuti.

ALT è un disco che non avrebbe fatto successo nemmeno negli anni ’70. A maggior ragione adesso, che hanno bisogno di molto di più per far vedere che son ancora in pista, i Van Der Graaf non possono essere elogiati per un disco che stacca troppo dalla loro precedente carriera senza avere i numeri per farcela e allo stesso tempo in ambito sperimentale non aggiunge niente di nuovo a quanto già detto.

(12/08/2012)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.