Alice in Chains – The Devil Put Dinosaurs Here

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Simone Picchi

alice-in-chains-2013
Jerry Cantrell e la sua creatura son tornati, in grande stile come sempre. Rimasti orfani del mai abbastanza compianto Layne Staley, i rimanenti tre membri decidono nel 2005 di riunirsi insieme al talentuoso William DuVall per riprendere con orgoglio la loro storia tribolata, conclusa diversi anni prima della morte del loro frontman a causa del suo rapporto con la droga. Quattro anni dopo tornano sulle scene con Black Gives Way to Blue che riporta in auge il marchio Alice in Chains e la sua affascinante storia. Come per il predecessore, il nuovo album chiude ulteriormente lo spazio alle critiche mosse dopo la reunion, nonostante il rischio di un copia/incolla senza ispirazione tipico delle reunion di vecchie formazioni. Dodici tracce che si muovono con soluzione di continuità tra passato e futuro, dove il dualismo vocale si ripropone prepotentemente, vero marchio di fabbrica della band di Seattle. La triade che apre il disco (Hollow, Pretty Done e Stone) è nel classico stile Alice in Chains, tematiche oppimenti su un’intelaiatura sonora opprimente e vagamente pischedelica. Con Voices e Scalpel riapriamo il barattolo di mosche chiuso vent’anni fa, The Devil Put Dinosaurs Here e Phantom Limb gli inizi nella quale si “moriva giovani”. Sarebbe opportuno citare ogni traccia, tale è l’importanza di ogni singola nota di questo lavoro dove nulla è lasciato al caso, senza che l’ascoltatore si distragga a causa di un già sentito che ha il difetto di non avere la minima ispirazione.
La morte e le tematiche claustrofobiche sono state il motore di questa band, che in un momento delicato della loro carriera è entrata prepotentemente nelle loro vite, trascinando via una delle più grandi e sottovalutate personalità del rock moderno. Fisicamente Layne ha lasciato i suoi compagni di avventura, ma lo spirito è rimasto incollato ai loro strumenti e alla penna di Jerry Cantrell, che sapientemente non ha messo sulle spalle del nuovo arrivato il fardello dell’ingombrante figura del frontman scomparso. Le due voci che si accompagnano e si rincorrono non intaccano la magia degli anni passati, ma li salvaguardano e li distinguono senza scimmiottarli, rendendo il giusto carico di emozioni che ha un dolce sapore di tributo.
Una band che ha saputo reinventarsi senza speculare sul proprio passato, un nuovo inizio per ricostruire se stessi più che il proprio conto in banca, per continuare giorno dopo giorno a dare voce a chi ha contribuito a renderli quello che sono.

(31/05/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.