Air – Le Voyage Dans La Lune

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Matteo Monaco

Parlare degli Air è sempre un problema. Basta leggere le recensioni, virtuali e su carta stampata, per farsene un’idea. Intendiamoci, non è tutta colpa di quello sfortunato Giardino delle Vergini Suicide, nel quale il duo francesino mostrava le crepe del labirinto cine-musicale affidato alla figlia d’arte Sofia Coppola. No, il vero problema nasce già da Moon Safari: superiore, in molti dei significati possibili, a qualunque precedente tentativo di onirismo elettronico, di apertura verso un mondo che non c’è, ma non è l’irraggiungibile Iperuranio dei padri Tangerine Dream. Anzi, era perfino pop: Air è il miglior compagno di Aerosmith e Arctic Monkeys, alla lettera A degli Ipod di mezzo mondo. Bando al passato, è ora di Le Voyage Dans La Lune, trasposizione su pentagramma dell’omonimo film di fantascienza, anno di grazia 1902. Di nuovo le colonne sonore, ormai marchio di fabbrica della band, ma di nuovo, sopratutto, la Luna. Indimenticata, nemmeno in questo remake dalle tinte plastificate e un pò chic, e sempre rincorsa, con l’affanno di chi l’ha posseduta e sa cosa significa perderla. Ma cosa serve, per riprendersela una volta per tutte? Il conto alla rovescia di Seven Stars, sottratto all’archivio di Star Trek, che prelude alla dolce chiusa space, è la risposta più immediata. Parade però dimostra l’esatto contrario: ritmi sostenuti, rullante in spolvero e arpeggio al basso, la Luna si raggiunge con il rock’n’roll. Ed è qui, però, che i due produttori imboccano la via della sicurezza, baloccandosi in (magistrali) espedienti digitali e saturando l’ambiente con ampie atmosfere ed echi, a sondare le profondità del cosmo. Sonic Armada e Who Am I Now non fanno che confermare l’idea, trasportando l’ascoltatore in un universo di stereotipi sui viaggi spaziali, citando involontariamente anche il mostro sacro Kubrick. Quella che può passare per cultura post-moderna, la ripercussione quasi-parodica di simboli musicali di un’altra epoca (vedasi: l’era dell’Uber-uomo spaziale, il tecnicismo dei sintetizzatori), ha un sapore invece molto terreno. Noia e distrazione, le stesse che si provano di fronte all’ennesimo gruppo rock senza idee, o di fronte alle pose irritanti degli artisti di talento. Passino la vocazione cinematografica e l’adesione alle immagini mostrate in schermo, ma l’arida mediocrità di una Lava non riesce proprio a passare sottotraccia, nemmeno grazie all’incalzante moto di Cosmic Trip.
Ancora una volta, quella Luna rimane un sogno troppo grande per degli uomini normali. E gli Air non sanno più liberarsi di questa normalità.

(09/02/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.