Afterhours – Padania

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Matteo Monaco

Tutta la merda che è in tv / oggi l’ho spenta e non conta più”, canta Manuel Agnelli nell’anti-spot di Messaggio Promozionale Numero 1. È uno dei passi da compiere, secondo la band lombarda, per diventare “ciò che sei“, anche se sei nato in una palude di fango e neve in cui probabilmente morirai. La storia di Padania, quattro anni dopo I milanesi ammazzano il sabato, appare in superficie come un ritratto a tinte manualistiche, fatto di aforismi e di liriche ad uso quotidiano per la società delle camicie verdi. Forse è così che si spiega la solita minestra riscaldata dalla critica, pronta per quando gli Afterhours rompono il silenzio. Si parla inevitabilmente di concept album, di maestri al lavoro per eguagliare i capolavori passati, si ammanta il disco di gloria o di disprezzo senza mezzi termini. Eppure il primo pensiero che comunica Padania è un altro: non la rock opera pretenziosa (come pure consiglia il titolo), ma un album che gioca la propria sopravvivenza nella tensione, con i virtuosismi tecnici da un lato a sfidare le melodie semplici e dirette partorite dal gruppo. Quasi come se, tra un intermezzo tragico di Agnelli e una “fuga” chitarristica, gli Afterhours cercassero di scendere, finalmente, dall’Iperuranio asettico delle rockstar, dove l’ispirazione è una parola senza significato e la musica solo un divertimento.
Bisogna scendere giù, perchè non in Padania? Ripartire dalla realtà delle cronache, e nel frattempo urlare la quotidiana lotta del singolo contro i dubbi del presente. Si avverte la forte influenza dei Them Crooked Vultures, in Spreca una vita, come dei Foo Fighters, in La tempesta è in arrivo, anche se l’influenza più decisa arriva dagli stessi Afterhours del passato, quelli di Hai paura del buio?. Sembra, canzone dopo canzone, un ritorno alle origini, non solo in senso anagrafico, per ritrovare la scintilla catartica del primo rock. Per usare un paragone, è il solco profondo che divide le nenie di Agnelli dai tweet modaioli di Niccolò Contessa de I Cani. In entrambi critica sociale, coscienza tormentata di sè e sana, semplice rabbia, ma le motivazioni di fondo non potrebbero essere più lontane. Chi si affaccia al mondo della musica che conta e chi invece ci vive da sempre, con tutte le ruggini ad accompagnare le soddisfazioni. Forse è per questo che gli Afterhours speculano di anima, di vita, di “ciò che sei”, augurandosi tragicamente di vedere terminare la lotta contro l’assurdità del vivere “per poi, finalmente morire”. Bentornati.

(30/04/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.