A Place to Bury Strangers – Worship

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.5


Voto
6.5

6.5/ 10

di Marco Marzolla

 Ci sono voluti tre anni, ad Ackermann e compari, per accumulare le tonnellate di fuzz necessarie per l’uscita del loro ultimo lavoro. E alla fine Worship arriva e ti piomba addosso come un tir impazzito, con tutta la potenza dei suoi deliri distorti. Basta ascoltare anche solo dieci minuti dell’album per rendersi conto che gli A place to bury strangers non hanno la minima intenzione di abbandonare i panni di “Loudest band in New York”(appellativo affibbiato loro nel primo decennio del 2000). Il genere del gruppo non sembra manifestare sostanziali cambiamenti, mantenendo intatta la carica nevrastenica dei due precedenti lavori. La voce cavernosa di Ackermann arriva da lontano, cruda e spietata, cosi come il drumming di Jay Space, grezzo, elettronico e dannatamente punk. Il basso semplice e continuo strizza l’occhio a Novoselic e la chitarra regna incontrastata in ogni brano, disegnando linee perverse, distorte e fuzzate, cosi potenti da far esplodere gli ampli con feedback monumentali. Si crea cosi il suono degli APTBS, un suono che porta alle estreme conseguenze le divagazioni pionieristiche e dissonanti di Lou Reed e John Cale ai tempi dei primissimi Velvet Underground, ma che lascia intravedere, oltre il pesante muro distorto, scenari shoegaze e post-punk, che molto palesemente si rifanno all’arte di Black Rebel Motorcycle Club e Jesus and Mary Chain (vedi Dissolved). In conclusione, Worship forse non innova né stupisce, ma qualche volta fa bene evitare di perdersi in intellettualismi fini a se stessi e ascoltare un po’ di musica incazzata nera.

(28/06/2012)

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Marco Marzolla
Marco Marzolla

Studente di medicina alla facoltà di Medicina e Chirurgia presso le Molinette di Torino. Batterista della band post-rock Acid Food.