All things must pass: la rivincita di un outsider

Pubblicato il 2011/11/23 da Rock
harrison

George Harrison non aveva la trasgressione di John o la faccia pulita di Paul: per tutto il decennio dei Beatles, egli fu il timido dei Fab Four, quello più defilato, sempre in secondo piano, con una curiosa espresione malinconica. Anche guardando la quantità dei brani pubblicati, non si possono certo paragonare le sue rare composizioni, spesso poco immediate, con i successi milionari che diedero vita a una vera e propria dittatura firmata Lennon-Mc Cartney. Ecco che allora, allo sciogliersi dei Beatles, Harrison si decise a mostrare al pubblico quello di cui era capace pubblicando il primo triplo LP nella storia del rock.

Siamo nel 1970, e George Harrison ha appena abbracciato la scelta spirituale che lo accompagnerà per tutta la vita. Proprio la filosofia induista è al centro delle riflessioni che trovano la propria espressione musicale nel mastodontico All things must pass, che costituisce la summa del periodo più fertile per il proprio autore: un’opera immensa e mai vista nel mondo del rock, ma che poteva essere ben più vasta se si tiene conto che molto materiale trovò una collocazione solo negli anni a venire. Harrison non aveva firmato molti brani con i Beatles, e dunque questa prima esperienza gli dava carta bianca per esprimere un estro artistico che era fino ad allora rimasto latente. Si può comunque notare una certa coerenza sia nello stile che nei contenuti con alcuni brani dei Beatles come Within you without you o Blue jay way, in cui si notava un crescente interesse per l’oriente e per la sua cultura.

Guardando più da vicino i sei lati che compongono All things must pass si nota subito come i brani più succosi si trovino quasi tutti al principio: Isn’t it a pity – di epoca ancora beatlesiana -, Wah-wah, e soprattutto My sweet lord sono un ottimo esempio dello stile di Harrison, sempre malinconico e introspettivo, con un gusto squisito per le ballate in modo minore che diventeranno l’emblema del pop inglese. Ma c’è ben di più qui: c’è sentimento, ci sono i concetti, c’è la libertà di non essere più il quarto Beatle – quello che nessuno si ricorda mai, come dice Homer Simpson in una puntata della serie animata. My sweet lord, tristemente nota per un’accusa di plagio, è una chiara manifestazione di questo nuovo corso nella vita di George Harrison, una sentita preghiera tradotta in musica che ha tutta la forza di un mantra.

Il riff elettrico, festoso e decisamente azzeccato, di What is life apre il secondo lato del disco, per poi lasciare spazio a una delle migliori composizioni in assoluto realizzate da Harrison: Beware of darkness. Un continuo riferimento all’induismo che riesce a non essere mai pesante e retorico, come è proprio di chi non sta applicando una formula pubblicitaria, ma sta veramente impiegando la musica per comunicare un proprio movimento interiore. Ed ecco che allora si può godere anche di brani come Awaiting on you all, che potrebbero suonare ridicoli, buoni al massimo per un improbabile autore di christian rock, ma che hanno la leggerezza di chi non deve dimostrare nulla.

La critica che da sempre è stata mossa a questo disco è di essere troppo lungo, di contenere materiale che poteva essere scartato. È vero che in tre LP da due lati l’uno quanche punto debole ci sarà per forza, ed effettivamente si può osservare che la compattezza di brani verosimilmente scritti a distanza ravvicinata si traduce – per un minimo numero di casi – in qualche momento poco interessante, ampiamente compensato da vere perle anche parechio stravaganti come The art of dying, con una gran chitarra elettrica. A molti non piace l’idea che il terzo disco sia costituito interamente da quattro jam session realizzate negli studi della Apple records, in cui compaiono molti dei musicisti del disco tra cui Eric Clapton e il cosiddetto quinto Beatle, Billy Preston. Il materiale è sicuramente molto, e rende All things must pass un disco non convenzionale, la cui motivazione è sicuramente quella di affermare una personalità, e per molti versi un genio che erano stati fino ad allora nascosti, come nascosta è la realtà delle cose per chi segue la filosofia di George Harrison.

Quello che si può concludere dopo un ascolto così impegnativo è che sicuramente si tratta di un album figlio del suo tempo, con pregi e difetti ma sicuramente molti più pregi: sono palesi le tracce dell’esperienza autobiografica di George Harrison, ed è proprio questo legame intimo con la sfera personale a rendere il disco efficace e ben congegnato, anche se lungo e denso di concetti come moltissimi lavori degli anni Settanta soprattutto inglesi. Gli stessi buoni sentimenti porteranno Harrison a realizzare per beneficenza un concerto storico per il Bangladesh, da cui è tratto un film-documentario che mostra anche attraverso le immagini la forza interiore del suo autore, nel momento migliore della sua carriera.


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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.